lunedì 19 marzo 2012

Visto da fuori

Come posso fare a capire cosa prova per me?
Sembra strano stare qui a parlarne ma sono un po' di giorni che questa idea mi frulla per la testa.Gli piaccio o non gli piaccio?
Beh veramente sono anni,4 direi,che questa cosa va avanti,mi sono sempre chiesta quali fossero i suoi veri sentimenti ma non ho mai ottenuto una risposta,benchè meno da lui.
Tutti continuano a dire che a lui piaccio,che siamo fatti per stare insieme ma quando ci viene detto ciò l'unica cosa che facciamo è insultare chi l'ha detto e se siamo vicini allontanarci.
Siamo due stupidi.Credo che ormai potremmo essere grandi abbastanza per esprimere i nostri sentimenti e vedere cosa succede.
Secondo me è così palese per coloro che sono al di fuori e ci guardano stare insieme per molto tempo,ridere,insultarci e prenderci in giro,che tra di noi c'è una tensione,c'è qualcosa.
Allora perchè siamo gli unici che non lo capiscono?

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how can i understan what he feels for me?
It's strange to be here talking about it but this has been a topic in my mind recently.Does he like me or not?
Well really it's years,4,that this thing is going on,i've always asked myself what he feels for me but i've never got an answer so far,above all from him.
Everyone keep on saying he likes me,that we have to stay together but when they say it to us we shout at them and if we're close we immediatly get away from each other.
We're so silly.i think we're old enough to think about our feelings a give it a try.
I think it's so easy to understand by others,that see us stay together,laugh,make jokes,that between us there's something.
So why are we the only ones that don't understand it?




lunedì 5 marzo 2012

Viaggio.

Ero a Volgograd, come oggi si chiama Stalingrado, davanti a quella che un tempo fu la vecchia fabbrica di trattori dove la Seconda guerra mondiale conobbe una svolta. All' orizzonte, sulla collina del Mamajev Kurgan, simile a una locandina cinematografica, spiccava la gigantesca statua di una donna che stringe la spada chiamando a raccolta il popolo. Un ragazzetto pieno di lentiggini, tenutosi in disparte fino ad allora, si avvicinò a me con fare deciso e in un perfetto inglese si offrì come guida per accompagnarmi lungo i sentieri della storia. Chiamami Ivan. Ero a Benares, meglio conosciuta secondo il toponimo Varanasi, sulle rive del Gange, fra liquami e meraviglie, nel punto in cui da secoli gli uomini usano bruciare i cadaveri nella commovente speranza di purificarli, quando una donna anziana, leggermente claudicante, ma di straordinaria potenza espressiva, con gli occhi blu notte e i capelli raccolti dietro la nuca, estrasse dal sari il cellulare, quasi fosse un diamante, e ordinò al barcaiolo di raggiungerci subito perché io, così disse, dovevo vedere i roghi. Chiamami Sudha. Ero a Ketchum, Idaho, dove Ernest Hemingway, dopo aver definitivamente rinunciato a rievocare, seduto alla macchina da scrivere, le magie del vecchio cacciatore, decise di uccidersi con un colpo di fucile, nel camposanto in cui volle essere sepolto, accanto all' ultima moglie Mary Welsh. Chiusi il cancelletto del cimitero dietro di me e, titubante come sarebbe stato un pellegrino sfinito, mi diressi a lenti passi verso la tomba di marmo bianco piena di monetine alla ricerca dello scrittore che più di ogni altro avevo amato da ragazzo. Chiamami Nick. Ero a Jàsnaja Poljana, nella tenuta di Lev Tolstoj. Mi ci aveva portato un autista ubriaco eppure capace di guidare l' auto sul ghiaccio come fosse una slitta. Il termometro segnava molti gradi sotto lo zero. Me ne stavo andando senza essere riuscito a vedere il sepolcro del grande artista. Un' adolescente in abiti leggerissimi, che calzava assurde scarpette rosse, spuntò da una specie di isba dicendo di essere la nipote del conte. Seppi, qualche ora dopo, che era vero. Grazie a lei potei toccare con mano, laggiù in fondo al bosco dei lupi solitari, il tumulo sotto l' albero. Chiamami Natascia. Ero a Colonia, seduto in una panchina sul Reno. L' acqua grigia sembrava copiare il cielo color piombo. Osservavo rapito la cattedrale di pietra che troneggiava in mezzo agli edifici ricostruiti come una fiaccola nel buio dopo l' apocalisse. Avevo ancora in mente la faccia di un mio scolaro con la svastica disegnata sullo zainetto, al quale avevo regalato «Il treno era in orario» di Heinrich Böll suscitando, pochi giorni dopo, il suo paradossale entusiasmo. Chiamami Roberto. Ero sull' Ortigara, là dove il tenente Emilio Lussu aveva combattuto, trovando il corpo della sua scrittura, anche per affermare una certa idea dell' Italia e, percorrendo insieme al vecchio sergente, maestro di vita e letteratura, le creste dei monti ancora segnate dalle trincee, misuravo la distanza fra ciò che avremmo potuto essere e quello che siamo diventati. Chiamami Mario Rigoni Stern. Tutti gli spostamenti fisici, se l' intelligenza vuole e il cuore lo concede, possono assomigliare a splendidi incroci magnetici. Attraversare lo spazio eccita il tempo. Sarà per questo che, quando parto, cerco sempre di trovare, innanzitutto, le ragioni del ritorno? Non erano così i viaggi del Novecento! Molti di quelli che li compivano avrebbero voluto smarrirsi in un altrove fantastico capace di garantire, a poco prezzo e senza troppi disagi, chissà quali clamorose scoperte e fulgide ebbrezze. Ma forse è solo nell' esperienza del limite che si comprende il valore della libertà. In classe abbiamo una bella carta geografica. Molti miei alunni, slavi, arabi, africani e asiatici, possono considerarsi esperti viaggiatori. Hanno mangiato la polvere dei deserti, il catrame delle autostrade. Conoscono la vernice scrostata delle sbarre doganali, i sonni persi con la testa appoggiata al finestrino dell' autobus, i documenti stropicciati fra le mani. Questi adolescenti ospiti del Bel Paese, lazarilli e sciuscià del Terzo Millennio, hanno ancora negli occhi i semi dei lunghi tragitti un tempo riservati ai giovani rampolli della nobiltà europea: una complicata grana di stelle e neon pubblicitari, parcheggi semivuoti e montagne all' orizzonte, chiese e moschee. Adesso sono loro a spiegarmi, con pazienza e lungimiranza, lasciando scorrere il dito sulla mappa, le scalcinate periferie di Addis Abeba, la foresta pluviale poco distante da Lagos, i mercati galleggianti di Dacca, gli empori di Herat, le feste di Rabat, gli scantinati di Bucarest. Ed io compio davvero insieme a loro, senza pagare il biglietto, il giro del mondo in aula.

Viaggiare


«Il bambino che amerà viaggiare comincia a sei anni a guardare i mappamondi e le carte geografiche. Inginocchiato nella sua stanza, indifferente a qualsiasi richiamo della madre e del padre, segna col dito la strada lunghissima che lo conduce per mare e per terra da Roma a Pechino, da Mosca a Città del Capo, lungo gli andirivieni dei continenti e l’azzurro scuro e chiaro degli oceani. Sfoglia le carte: si innamora del nome di Bogotà o di Valparaiso, immagina di violare foreste tropicali e deserti, di scalare l’Everest e il Kilimangiàro, come gli eroi dei suoi libri d’avventura. Così l’infinito del mondo diventa famigliare e a portata di mano… Il ragazzo impara che, quando viaggiamo, compiamo sempre due viaggi. Nel primo, il più fantastico, egli legge la guida dell’Austria o della Svezia o dell’Irlanda: città, fiumi, pianure, foreste, opere d’arte, notizie storiche ed economiche. E studia il viaggio futuro. Nulla è più divertente che progettarlo: perché il ragazzo muta gli itinerari della guida, stabilisce nuovi rapporti, insegue luoghi sconosciuti, giunge in Austria dalla Baviera o dalla Boemia, evita città o regioni che non ama, stabilisce la durata dei percorsi, distingue mattine, pomeriggi e sere. Le ore sono piene di cose: in una piazza di Vienna si fermerà, chissà perché, quattro ore. Il tempo viene governato da una gioiosa pedanteria. Quando inizia il viaggio, il ragazzo si accorge che la realtà non ha nulla o poco da fare coi suoi progetti fantastici. Il paese che immaginava giallo è verde: quello che pensava rosso è celeste. I due viaggi, quello fantastico e quello reale, quello delle guide e quello del mondo, ora si accordano, ora si combattono».